Category: Thinking

It’s difficult but i try to

Ancora Gramsci

Ancora Gramsci

Un altro “aforisma” interessante.

Quando discuti con un avversario, prova a metterti nei suoi panni. Lo comprenderai meglio e forse finirai con l’accorgerti che ha un po’, o molto, di ragione. Ho seguito per qualche tempo questo consiglio dei saggi. Ma i panni dei miei avversari erano così sudici che ho concluso: è meglio essere ingiusto qualche volta che provare di nuovo questo schifo che fa svenire.

Antonio Gramsci – 11 febbraio 1917
Covid e Gramsci

Covid e Gramsci

In questi giorni, sotto nevicate costanti e con la compagnia del virus, leggevo una piccola antologia di scritti di Gramsci. Il passaggio che riporto, a proposito di intransigenza e tolleranza, mi ha fatto particolarmente piacere.

Naturalmente questa tolleranza – metodo delle discussioni fra uomini che fondamentalmente sono d’accordo, e devono trovare le coerenze tra i principi comuni e l’azione che dovranno svolgere in comune – non ha a che vedere con la tolleranza, intesa volgarmente. Nessuna tolleranza per l’errore, per lo sproposito. Quando si è convinti che uno è in errore – ed egli sfugge alla discussione, si rifiuta di discutere e di provare, sostenendo che tutti hanno il diritto di pensare come vogliono – non si può essere tolleranti. Libertà di pensiero non significa libertà di errare e spropositare.

Antonio Gramsci – 8 dicembre 1917
Liberazione

Liberazione

Every year I face this same question: what would I do if it was my turn to give myself up to fight for freedom, against tyranny and fascism?

I still don’t know how to answer. I hope that, if the day will come, I will be as brave as the people that came before me, and fight for us. Like the people of the “Brigata Maiella“, for example.

Fontainebleau

Fontainebleau

I just got my duffel bag delivered home, full of my climbing gears. It got lost on the way between Paris and Amsterdam, and wasn’t on the luggage belt yesterday evening. But let’s get back to the beginning.

Few weeks ago I decided to visit Fontainebleau (France) with a couple of friends, and in the following weeks we planned everything. Booked plane tickets, a room where to stay, a car. Found a nice guidebook for few sectors of the bouldering area. All the things you are supposed to do before a trip. We were utterly excited, and it did sound like a good beginning to the Summer outdoor climbing season. I’ve been training better this year, and I am enjoying decent climbing condition.

Anyway, day after day the weather forecasts got bad, then worse, then terrible. Then we heard the Seine was flooding, and not somewhere random, exactly in the area around Fontainebleau. Add transport strikes to the mix, and the situation looked quite bleak. We decided to not give up as everything was already planned, booked, and paid, and so we went. It was clear from the beginning that the chances of climbing outside were thin, but not going wasn’t really an option.

To cut it short, it was constantly drizzling, and the rocks were soaked. We just went for a short walk in the forest to check how wet the rocks were, and how did they look. They looked awesome, and we walked from a boulder field to the next one under the trees. The place really stands up to its name. Unfortunately they were wetter than we even imagined, so we climbed them only with our minds.

We went to a climbing gym in the area, Karma, and had hours long training sessions there. We also went climbing in a few gyms Paris for a couple of days when we got bored of spending time in Font. Karma is the climbing gym where the national bouldering team trains, or that’s what we heard. I would not travel hours just to visit a gym, but it was a decent back up, and training with friends is always fun.

The gym was more interesting than a gym would normally be because few days before the trip I watched a video on YouTube, a video called “The master of moves“. If you watch it, you’ll understand why it seemed to me that everything was falling into place anyway, and that coincidences are the salt of life. The video made me think about many things, especially after sharing it with Mauro and talking with him about it. And what made it clear to me is the relationship I have with climbing.

It is just three years now since I started climbing, but in these three years I had the chance to reconnect with my childhood passion for the wild and adventure, and now it is not rare for me to hike, run, or climb almost every day. But this is not the point. The point is that I also believe that climbing show the world how you really feel, and who you really are. It must be different for every one, and climbing is not the only activity that have this power, but it feels so true to me. I cannot climb if my heart is not at peace. All the colors of my character are visible while I climb, and there is no way to hide them to the world. Or from myself, for what matters. It may sound silly, but it seem pretty real to me, especially after seeing so many people climbing.

Back to the story, we finally saw the sun in France, but it was only while getting to the airport on Sunday evening. The I arrived in Amsterdam, and they have lost my bag. Plus trains were delayed, and one even broke down with me inside. It usually takes me less than half a hour to get back home from Schiphol, but it took me more than two hours yesterday. Maybe my karma isn’t that clean, lately? 🙂

Until next time, Font. I’ll be back.

Bolle

Bolle

Amsterdam, 06/02/2014

Anche se con un po’ di ritardo, buon 2014 🙂
Impegni di altra natura mi hanno tenuto lontano dalla scrittura per oltre un mese, ma vediamo di rimetterci subito in carreggiata.
Leggevo questa mattina su Huffington Post [1] riguardo l’ormai lunga vicenda antistrust Google, e subito mi è tornato in mente che uno degli argomenti che, sin dall’inizio, pensavo di trattare qui è quello della filter bubble.
Ma andiamo con ordine.
Prima di tutto un disclaimer: pur avendo citato l’articolo che ho appena citato, non ne condivido i toni e provo un po’ di ribrezzo per la parola “Casaleggio” presente nell’articolo.
Comunque, dato che era sulla homepage di Repubblica questa mattina, e dato che mi ha fatto venire in mente di scrivere, ho finito per citarlo lo stesso.
Partiamo dal caso in questione e cominciamo un’analisi obiettiva del fenomeno Google.
Google è una società privata, che gestisce un servizio privato.
Il suo servizio principale è il ben noto motore di ricerca, che più o meno tutti usano da oltre dieci anni; Google fornisce anche diversi altri servizi, ma tutto è cominciato col motore di ricerca, che rimane il core business dell’azienda.
Il motore di ricerca funziona più o meno così: noi gli forniamo una stringa di testo e lui risponde con un elenco di siti web che sono rilevanti per quella stringa.
Come questo avvenga, non è necessario saperlo, basta sapere che ci sono due componenti che contribuiscono a fornire i risultati: la logica di un programma per elaboratore (che termine aulico) per quanto riguarda la lista “normale”, ed il denaro degli inserzionisti per quanto riguarda i “link sponsorizzati”.
In un mondo normale, ogni privato si comporta come meglio crede.
Se noi abbiamo un bel cartellone pubblicitario nel giardino di casa, vogliamo essere liberi di metterci quello che ci pare (o quello per cui ci pagano di più), senza che nessuno si lamenti che non gli diamo lo spazio che merita.
Il cartello è nostro e ci facciamo quello che ci pare.
Giustissimo.
Inoltre, quando tra i passanti si spargerà la voce che sul nostro cartellone pubblicitario non appare mai niente di utile, ma solo le foto in canottiera ed infradito della buonanima di David Hasselhoff [2], nessuno vorrà più pagarci per la pubblicità e quella vecchia volpe di Adam Smith [3] avrà di nuovo vinto.
Ah, mano invisibile, quante avventure, quante avventure.
A questo punto, immagino che il passo successivo sia semplice: tutti in piazza coi forconi a protestare contro questa Europa fatta di tecnocrati che vuole incatenare Google, questo motore di ricerca tanto buono che ci fornisce la posta elettronica gratis ed i video dei gattini!
No, mi dispiace, ma no.
La questione è un tantino più complessa.
Google non è il nostro cartellone pubblicitario da giardino, Google è una azienda con un utile netto annuale da fare invidia al PIL di alcuni stati, Google è il punto di accesso ad Internet di una miriade di persone in tutto il mondo (Cina esclusa).
Google non è esattamente un normale giocatore, è il giocatore, ed è ovvio che un’autorità antitrust che si rispetti intervenga su quella che è chiaramente una posizione dominante.
Mi pare di ricordare che quando la stessa autorità antitrust cercava di imporre a Microsoft di rendere possibile l’utilizzo di un altro browser che non fosse Internet Explorer in Windows, nessuno andasse in giro dicendo “Microsoft è una società privata e fa quello che gli pare”.
Ma ovviamente, Microsoft ci dava le schermate blu, e Google i video di gattini.
Google, non ci vuole bene più o meno di quanto ce ne voglia ogni altra azienda.
Anzi, a pensarci bene forse ci vuole bene in tutt’altro modo, dopotutto noi non siamo i clienti, noi siamo la merce che Google vende agli inserzionisti 🙂
Tutto questo lungo e delirante discorso per dire cosa?
Che anche nel rapporto con i motori di ricerca bisogna essere critici, come lo si deve essere con i social network e con tutto quello che riguarda la rete.
A dirla tutta, magari i risultati che Google fornisce non sono nemmeno i più rilevanti, sono semplicemente quelli che si avvicinano di più al nostro profilo di consumatori di pubblicità.
Mai sentito parlare della filter bubble?
È un concetto interessante, illustrato in maniera divertente su questo sito [4] (sì, in inglese è più carino).
Il sito è quello di un motore di ricerca che si chiama DuckDuckGo [5], che consiglierei a tutti di utilizzare in quanto estremamente potente e rispettoso della privacy, ma il cui supporto alle ricerche in italiano non è ancora dei migliori.
L’autore del più famoso libro sul fenomeno della filter bubble è anche intervenuto in una Ted conference nel 2011, e questo video [6] ha oltre due milioni di visualizzazioni.
Se non l’avete ancora visto, vi consiglio di dargli un’occhiata.
Detto questo vi lascio e torno nella mia caverna a ripetere il sacro mantra “se non stai pagando per qualcosa, non sei il cliente, sei il prodotto”.
E certe volte, anche quando paghi, come diceva Scott Gilbertson [7] (anche questo interessante da leggere, e magari il tema del mio prossimo sproloquio).

Pubblicato inizialmente sul blog di “Radio Kaos Italy”